Il G8 che non ho raccontato

Non ero in piazza Alimonda, il 20 luglio 2001. Ero tra quelli che vivevano e provavano a raccontare il tempo sospeso della Zona Rossa.

 Perché, prima che cominciasse la follia degli scontri, c’era da raccontare la follia delle grate che imprigionavano il centro , e anche cosa sarebbe accaduto intorno ai dialoghi degli otto grandi o presunti tali che stavano per riunirsi intorno al tavolone rotondo foderato di pelle color crema nel Maggior Consiglio del Ducale (mi ero chiesta dove fosse finito, un po’ di anni fa, mai avuto risposta).

C’era stata la manifestazione dei migranti, il giovedì sera, era stata bella e colorata. Ma ci fu un fatto strano. Mercoledì, tardo pomeriggio, arrivò in redazione un ragazzo inglese. Il suo nome non lo farò. Ma disse che cercava di spiegare all’informazione (“e se sapessero che sono qui sarebbe un problema”, aggiungeva) che nei giorni seguenti “sarebbe successo qualcosa di brutto”. Uno dei tanti manifestanti, pensammo, magari un po’ esaltato, che temeva duri scontri con la polizia: a pensarci poi, un marginale tra i provocatori. Ma perché quel giro nelle redazioni? Per mettersi al riparo delle responsabilità di qualcosa che non potevano immaginare?

Era assurdo stare dentro la zona rossa. Quelle griglie che violentavano le strade, le nostre strade di tutti i giorni, che avevano creato una sorta di acquario vuoto, con piazza De Ferrari, altrettanto vuota, al centro. Li avevamo visti affiancati sullo scalone del Ducale, prima dell’inizio degli incontri, i signori grandi, da Bush con l’aria di non saper cosa fare lì, ad un Putin con l’orlo dei pantaloni crema troppo lungo e la giacca sotto il braccio, che guardava intorno, oltre la piazza vuota tranne la pattuglia dei giornalisti e , poco più avanti, la sua infinita limousine Zil. L’unico che sorride a trentanove denti è Berlusconi, con i suoi limoni attaccati ai fili di nylon sulle piante nel Cortile Maggiore, l’ordinanza per far togliere le mutande stese. Non lo sappiamo, ma tutto questo, di cui abbiamo scritto per giorni, scomparirà anche dalla memoria più presto di quanto non potessimo pensare. Perché a mezzogiorno cambia tutto con le prime notizie degli scontri in piazza Paolo da Novi. Cominciano le dirette televisive. Alle quattro del pomeriggio c’è una marea di persone che preme contro le grate in piazza Dante, che vuole sfondare. E c’è Beppe Perìcu, il sindaco che, che è in prima fila a mediare tra le due parti: perché si ritirino, i ragazzi di fuori. Perché la polizia li lasci andare via. C’è un sole duro quanto le parole gridate e la tensione che respiriamo, noi chiusi nella Zona Rossa assediata, senza capire cosa succederà. 

Sono le sette di sera, adesso. In piazza Alimonda Carlo Giuliani era stato ucciso da poco più di un’ora. Nella Zona Rossa e anche nei giornali si dice che i morti sono due, che sicuramente uno è un ragazzo spagnolo, pare ci sia una donna che qualcuno ha visto portare via. In televisione è stata vista la danza dei black bloc davanti al corteo che scendeva dal Carlini. Sono partite le cariche. Era questo a cui si riferiva l’inglese? La provocazione e la violenza? Non c’è tempo per fermarsi a pensare, c’è un morto, no dei morti. In piazza De Ferrari, solo il rumore della fontana, e ancora Pericu, e con lui io e pochissime persone, stiamo cercando di sapere da lui qualcosa di più di quello che è successo fuori. “Sindaco, c’è il presidente!” esclama un vigile della scorta.

Sto sognando, come quando mentre dormi incontri Springsteen, Madre Teresa o il tuo bisnonno. No, è tutto vero. Carlo Azeglio Ciampi arriva a passetti veloci, precede i suoi uomini di una buona decina di metri.  “Cos’è successo? So che è stato ucciso un ragazzo, chi è stato? Voglio sapere tutto” attacca. Perìcu sospira, gli racconta quello che sa. Insieme risaliamo via Roma, Ciampi è scuro in volto. Intanto si avvicinano gli uomini della scorta, provano ad allontanare noi irriducibili. E intanto, invece di entrare in Prefettura, il sindaco invita Ciampi a entrare nel bar Mangini. Non c’è protocollo, c’è bisogno di un caffè per tirarsi su. In quel bar c’è la saletta Pertini, no? E allora può entrare anche Ciampi.

Perìcu, quel giorno, quei giorni, rappresentò davvero tutta la città, che infatti nelle elezioni del 2002 lo premiò con una massa di voti. Noi cronisti di Comune che in quei giorni lo tallonavamo, gli vedevamo negli occhi la rabbia lucida di non poter accettare che la sua Genova fosse così oltraggiata.

Di quel 20 luglio c’è ancora un’immagine che non ho mai potuto cancellare. Sono quasi le 23, sto andando verso casa a piedi e davanti alla Prefettura c’è un nuovo assembramento. Accenti americani, bandierine. Lì dentro c’è stata comunque una cena ufficiale. Ciampi si è ritirato presto. Il nome dell’ucciso, in maniera rcambolesca, lo abbiamo saputo: è Carlo Giuliani. Tanti di noi conoscono suo padre Giuliano, è un uomo della Cgil, sempre disponibile e gentile con tutti. Lo shock della città è misto alla paura: e domani? E alla cena, cosa si saranno detti?

Sulla porta vedo comparire George Dabliu. Si muove – gambe veramente storte – come un piccolo cowboy: dal pantalone spunta la punta di uno stivaletto. Si dirige verso le transenne da dove lo chiamano una donna e una bambina, tra gli altri, munite di regolamentare bandierina. Anche io urlo: “Mister president, you know a boy has been shot dead?”.

Lui stringe la mano alla donna e alla bambina, si volta sui tacchi degli stivali e va verso la limousine con i vetri oscurati.

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